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    September 22

    Paraculo?

    Per combattere un avversario pericoloso, bisogna conoscerlo profondamente. Per questo la mia umile sfida all'ipocrisia mi ha imposto, e - seppure sempre più raramente - m'impone ancora, di mostrarmi e dimostrarmi paraculo. Perché per fucilare frotte di parole, sproloquiate solo per colorare una tetra realtà in cui si piange, si caga, e si muore, è indispensabile tener ben oliato il cannone spara cinismo e materialità. Evviva l'idealismo anche dei più spiccioli, ma mescolatelo mentre cuoce, se no s'attacca. Dunque mescoliamolo, giusto per soddisfare la drama queen che c'è in alcuni di voi.

    Nascere froci in Italia è una brutta storia. Nascere culattoni in un piccolo villaggio in sardegna, fatto di villette, un market e un'edicola, separato dal mondo da venti chilometri di deserto, lascio dire a voi che storia sia. Con buona pace dei comunitari GLBT, per quanto chiunque possa sforzarsi, rimane un gran cazzo da pelare - senza doppi sensi. Quando lo scopri, di essere rotto in culo, diciamo magari in quarta elementare, e vivi in un posto dimenticato dai mortali, succede che capisci di essere diverso, che rischi di venire giudicato negativamente da tutti, di esser cacciato di casa da chi pensavi dovesse proteggerti, e pensi di essere l'unico al mondo in tale situazione. All'epoca non esisteva internet nè Will&Grace. Certo in Uganda si stava peggio, e nel '43 non ne parliamo, tuttavia questi sono i fatti, seppur banali e comuni. In pratica, girala che rigirala, scoprirsi succhiacazzi è stato un trauma per moltissimi italiani, e in parte continua ad esserlo. Si ha l'impressione che la società e il mondo tutto siano pronti a non accettarti. Provi a farti piacere le donne, sondi quanto si possa essere 'alternativi'. Alla fine vivi e basta, aspettando di conoscere, misurarti. Intanto ti fingi 'normale', e il tuo inconscio sviluppa una diffidenza verso i veri 'normali', verso ciò che viene proposto in quanto status quo: buono, giusto, naturale. Biologico. La società non mi vuole, per lei sono negativo, ma io non ho deciso di esserlo, quindi non è colpa mia. Paraculismo? Vivi, intanto l'inconscio lavora silente, impara ad aver paura di ogni convenzione, soprattutto quelle riguardanti l'emotività, la sessualità e la vita di coppia, ovvero quelle che più coinvolgono la diversità che si sta vivendo. Mentre i coetanei giocano a Doom, tu sei un pre-adolescente, e sospetti che la famiglia non sia necessariamente quella che hai visto fin dalla nascita, che la coppia non sia solo uomo-donna. Lo immagini, perché prima di sperimentare passeranno molti anni. Vivi, diventi grande, alcuni cercano di crearsi una famiglia, altri meno, quasi tutti alla fine della giostra ci si ritrovano impelagati. Ognuno con i propri trascorsi, che far finta di ignorare, quello sì è da paraculi. Ognuno col proprio personalissimo modo di viversi il trauma omosessuale nel giardino del vaticano.

    Oggi so razionalmente che posso far pace con la società, seppure con qualche sforzo. Che non è così sbagliata e pericolosa come sembra, soprattutto perché ho imparato che ci sono pure io, in questa società, quindi se fa cagare è anche per colpa mia. Se mi vergognerò di dichiararmi omosessuale, magari proprio a quelli che più hanno problemi di tolleranza, sarà anche per colpa mia se i futuri omosessuali avranno ancora qualche paturnia. Oggi so razionalmente impormi di appendere una bandiera arcigay sulla porta della mia stanza, salire su un carro di manifestanti, andare nelle scuole a raccontare cosa s'intende per omosessuale, spiegare perché è sbagliato dire frocio. Ma non so ancora violentare il mio inconscio, incline a fuggire da ciò che, ancora bimbo, lo ha minacciato. Paraculo?   

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